Dietro l'evento: voci dai volontari

Ogni evento può diventare una pagina viva: ai principali appuntamenti ed eventi ai quali partecipa il Dipartimento, i volontari e le volontarie di Servizio civile universale si alternano sul palco per condividere le loro esperienze. In questa sezione trovi racconti in prima persona che restituiscono l’atmosfera degli eventi, l’impegno sul campo e le relazioni che nascono tra le persone.

Indice della pagina

Salone Internazionale del Libro 2026

Introduzione - “La Biblioteca Parlante: il mondo salvato dai ragazzini”

Laura Pochesci, Luca Caci 

Ne Il mondo salvato dai ragazzini Elsa Morante introduce una distinzione tanto semplice quanto radicale: da una parte gli F.P., i Felici Pochi e dall’altra gli I.M., gli Infelici Molti. Noi oggi usiamo questa distinzione per parlarvi di Servizio civile. Non si tratta di una divisione sociale, né di una gerarchia morale. È qualcosa di più profondo. Si tratta di due diversi modi di stare al mondo.

Ma chi sono i Felici Pochi?

I Felici Pochi non sono un gruppo privilegiato. Sono una presenza rara. Ma resistente. Si, ma chi sono?

Spiegarlo non è facile, perché i Felici Pochi sono indescrivibili. Benché pochi, ne esistono di ogni razza sesso e nazione epoca età società condizione e religione. Di poveri e di ricchi, di giovani e di vecchi” […] sono tutti e sempre bel-lis-si-mi […] volano fra poli fantastici, portati dal capriccio dei venti e germogliano in ogni terreno […] sono quelli che conoscono il volo da prima assai dell’aviazione, conoscono la medicina che guarisce tutti i mali da prima assai della penicillina “

E il segno che li fa distinguere a prima vista è la FELICITÀ. Loro vanno ripetendo:

La vostra guerra non è la nostra. Noi siamo per l’allegria e la grazia, ossia la felicità”.

E gli Infelici Molti chi sono?

Gli Infelici Molti sono tutti gli altri, sono la maggioranza. Ma non per colpa. Per adesione. Sono coloro che accettano il mondo così com’è. Con le sue “milizie sevizie immondizie imprese spese carriere polveriere bandiere istanze finanze glorie vittorie sciarpe littorie &sedie gestatorie”. E nella loro vita si intignano a “sfruculiare arrabattarsi decretare ordinare condannare ammazzare”. E sono infelici ma la loro infelicità non è evidente, è diffusa.
È un’infelicità che coincide con l’adattamento.

Oggi in questo spazio raccontiamo la storia di alcuni F.P.  Perché ogni giovane — nel costruire il proprio futuro — si trova ancora davanti a una possibilità: aderire oppure provare a cambiare. E chi ha scelto il Servizio Civile Universale ha scelto di investire un anno della propria vita mettendosi a disposizione degli altri per provare a cambiare. Un primo passo, concreto, nella direzione degli F.P.

Ascoltiamo le loro storie dalla loro stessa voce. Le storie dei Felici Pochi hanno una forza particolare: possono contaminare, influenzare, contagiare.

Perché, come scrive ancora Elsa Morante:

Sarebbe una magnifica stravaganza 
di scavalcare tutti insieme i tempi brutti
in un allegro finale: FELICI TUTTI! 
Forse, il primo segreto essenziale 
della felicità si potrebbe ancora ritrovare.
L’importante sarebbe di rimettersi a cercare”.

 

Progetto: AVRO’ CURA DI TE

Elisa Sarteur

Un anno accanto a minori e adulti in difficoltà.

Ciao, sono Elisa e ho 28 anni. Svolgo il mio servizio tra il Centro di ascolto, il doposcuola e la casa famiglia: inutile dire che la relazione è la parte fondamentale di questo 'lavoro', oltre che la più profonda. In questo percorso tutti mi hanno insegnato qualcosa: dai bambini del doposcuola ai ragazzi con disabilità della casa famiglia. Ma, sopra ogni cosa, porterò con me il valore che ognuno di loro mi ha trasmesso: ogni bambino che mi ha considerata un 'luogo sicuro', ogni persona che mi ha ringraziata per essere rimasta in silenzio ad ascoltarla e i volontari con cui ho condiviso questo percorso di crescita, a tratti assurdo. Quando per un anno condividi la quotidianità con persone diverse, immerse in realtà e difficoltà che avevi sempre considerato lontane da te, capisci quanto sei fortunata. Come in ogni realtà sociale, non sono mancati i momenti di difficoltà, ma anche quelli hanno contribuito a riempire un bagaglio di esperienze immenso.

Quando ho deciso di iscrivermi al bando per il SCU mi sentivo quasi "troppo vecchia" per vivere questa esperienza. Mi percepivo in ritardo, confusa sul futuro e bloccata nel mio percorso universitario. Ho sempre pensato che la vita dovesse seguire un percorso lineare, dove ogni traguardo ha un tempo prestabilito; invece, l’anno scorso ho deciso di scardinare questo sistema. Mi sono iscritta al progetto "Avrò cura di te" con la Comunità Papa Giovanni XXIII, mettendo in pausa l’università e tutte quelle scelte "giuste" che inseguivo imperterrita. Mai avrei immaginato che un solo anno potesse innescare un cambiamento così profondo. Ciò che porterò con me, oltre alla gratitudine per le piccole cose, è la consapevolezza che prendersi il tempo per capire cosa vogliamo offrire al mondo non sarà mai uno spreco. L’unica competizione che vale la pena affrontare è quella con la nostra voglia di imparare e di crescere, ogni singolo giorno.

Sono partita con l’idea di fare il Servizio Civile perché ero bloccata, non sapevo cosa fare della mia vita. E ora? Ora sono più confusa di prima, ma con una differenza fondamentale: prima la confusione era un vuoto, ora è una sovrabbondanza. Ho visto così tante sfumature della vita che ora scegliere una sola strada sembra quasi limitante.

 

Prendersi cura

Enrico Finocchiaro

Per me il servizio civile significa, prima di tutto, prendersi cura.

Oggi non è qualcosa di scontato. Viviamo in una società sempre più individualista, in cui corriamo continuamente, spesso senza nemmeno fermarci a guardarci negli occhi, senza il tempo di costruire legami veri, relazioni capaci di fare rete, di sostenersi a vicenda. Per questo credo che il prendersi cura abbia quasi il valore di un gesto rivoluzionario.

Con il servizio civile ci si prende cura, innanzitutto, degli altri.

Io ho scelto di farlo anche attraverso l’esperienza della rappresentanza: sono delegato degli operatori volontari di servizio civile per la Regione Piemonte. Rappresentare i propri colleghi significa ascoltare, mediare, esserci. È un compito che richiede responsabilità, ma che allo stesso tempo restituisce tantissimo, perché è una straordinaria occasione di partecipazione, di aiuto reciproco e di crescita collettiva.

Ma il “prendersi cura” è anche il cuore del mio progetto di servizio civile. Presto servizio presso la Biblioteca Civica Centrale di Torino, che entro l’anno si trasferirà nella nuova sede di Torino Esposizioni, diventando la seconda biblioteca più grande d’Europa. Quando ho iniziato questa esperienza, pensavo che mi sarei occupato soprattutto di prestiti e restituzioni. Invece mi sono ritrovato ad occuparmi di attività per le scuole, eventi culturali, mostre, incontri e dibattiti per under 30. Per me è stato meraviglioso… a luglio mi sono laureato in Storia dell’Arte alla Sapienza di Roma e tornare nella mia città, che amo tantissimo, mettendo finalmente in gioco le competenze acquisite durante il mio percorso universitario, mi ha fatto sentire nel posto giusto.

Poi, però, il servizio civile mi ha portato anche altrove. Mi sono ritrovato a svolgere attività in ospedale, occupandomi del prestito libri, e nei reparti psichiatrici, dove realizziamo momenti di supporto attraverso la lettura, il dialogo e la riflessione condivisa.

Ed è qui che ho dovuto fare i conti con un’altra parte di me, perché ho sempre avuto una fortissima fobia degli ospedali. Una paura così grande che, nella vita quotidiana, pur di non passarci davanti allungo il percorso per evitare perfino di incrociarli con lo sguardo. La notte prima dell’inizio delle attività ospedaliere non ho dormito. Ricordo ancora l’ansia e il desiderio di tirarmi indietro.

Eppure, lentamente, qualcosa è cambiato. Ed è cambiato anche grazie ai sorrisi delle persone che incontravo, grazie alla loro fiducia, grazie anche alla fragilità condivisa in quei momenti, ho iniziato a superare un limite che mi portavo dentro da anni.

Non è semplice, nemmeno oggi. Vi confesso che spesso, dopo gli incontri nei reparti psichiatrici, esco dall’ospedale, salgo in macchina e durante il tragitto verso casa mi ritrovo a piangere. Perché certe storie ti entrano dentro. Perché certe sofferenze non puoi lasciarle fuori dalla porta. Ma allo stesso tempo sento profondamente che sto dando qualcosa agli altri… e che, proprio attraverso questo, sto crescendo anch’io come persona.

Ed è qui che ho capito un’altra cosa fondamentale: servizio civile vuol dire anche prendersi cura di sé. Anche questo, oggi, non è affatto scontato.

Nella vita voglio, con tutto il cuore, insegnare: spero di poter entrare in questo mondo meraviglioso già dal prossimo anno. Sono certo che l’esperienza del servizio civile, per quanto intensa, faticosa e a volte emotivamente difficile, mi renderà un insegnante migliore. Ma, soprattutto, mi renderà una persona migliore.

 

Federico Rando

Ciao a tutti! Sono Federico, ho 25 anni e faccio il servizio civile all'Università di Torino, precisamente negli uffici di Public Engagement. Per farla in breve, il nostro compito non è fare didattica o ricerca, ma aprire le porte dell'università verso l'esterno, parlando direttamente con il pubblico e con la cittadinanza attraverso eventi come la Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori.

Se sono qui, però, è totalmente per caso. Fino all'anno scorso non sapevo nemmeno cosa fosse il Servizio Civile. Era la sera prima dell'ultima scadenza utile del bando, che era stata persino prorogata per mancanza di domande, e stavo parlando con un mio amico. Quando ha capito che non avevo intenzione di fare domanda, mi ha guardato e mi ha detto: "Fallo. Sei stupido se non lo fai, poi te ne penti, perché per te sarà una bellissima esperienza". Mi ha praticamente obbligato a compilarla. Oggi, a distanza di un anno da quella sera, non posso che ringraziarlo di cuore: da quel momento tantissimo è cambiato nella mia vita.

Il mio "lavoro" quotidiano in ufficio è stimolante e molto divertente. Insieme al mio collega Calogero ci dividiamo i compiti in base a ciò per cui siamo più portati: a lui piace di più la parte di telefonate e segreteria, io studio comunicazione e gestisco la campagna social. In particolare, seguiamo un progetto bellissimo che si chiama “Un giorno all’università”, in cui i ricercatori tengono dei laboratori dedicati ai bambini delle scuole elementari e medie durante tutto l'anno.

Dobbiamo ringraziare tantissimo la nostra OLP (la nostra responsabile), perché ci lascia tantissima libertà e asseconda ogni nostra richiesta, permettendoci di fare davvero quello che ci piace.

C'è una cosa molto carina che facciamo sempre: alla fine di ogni laboratorio, chiediamo ai bambini di compilare un questionario per sapere cosa è piaciuto loro o cosa hanno imparato. Tra le varie domande ce n'è una che mi fa sempre sorridere: "Cosa vuoi fare da grande?". Leggere le loro risposte è fantastico, ma analizzandole mi sono reso conto dell'ironia della situazione. Io ero lì, a chiedere a dei bambini cosa volessero diventare, quando io per primo, a 25 anni, non avrei saputo minimamente cosa rispondere.

Ed è proprio qui che entra in gioco il vero valore del Servizio Civile, quello che va oltre l'ufficio e tocca il lato umano. La marcia in più ti viene data dai momenti di formazione. Lì ti incontri e ti confronti con ragazzi che arrivano da enti e realtà totalmente diverse dalla tua, ma che si trovano esattamente nel tuo stesso momento della vita. Siamo tutti un po' persi, tutti in un momento di transizione, e probabilmente nessuno di noi saprebbe rispondere alla domanda su cosa fare da grande.

Però, in mezzo a questo senso di smarrimento collettivo, ho trovato una grandissima voglia di fare: vogliamo fare qualcosa per noi stessi, ma vogliamo farlo anche per la società. Questa esperienza mi ha regalato amicizie fortissime con cui condivido la quotidianità, i pensieri e le battaglie di tutti i giorni. Ci ha fatto capire che non siamo soli.

Per concludere, mi piace ricollegarmi a un discorso di Elsa Morante sui "felici pochi" e i "molti infelici". Ecco, credo che il Servizio Civile ci abbia presi che eravamo tanti singoli "infelici" e un po' sperduti ma, mettendoci insieme, siamo riusciti a fare gruppo, a fare massa critica e a diventare, a modo nostro, quei felici pochi. Grazie.

 

Mariateresa Sgobbo

Ciao a tutti, io sono Mariateresa, sono una studentessa di servizio sociale. Quest'anno ho deciso di smettere di essere una degli Infelici Molti.

Se qualche mese fa mi avessero chiesto cos’è la felicità, avrei risposto con qualcosa di astratto, forse legato a un successo personale o a una scadenza universitaria. Oggi, grazie al progetto "Benefit" dei Salesiani per il Sociale, la mia risposta ha i volti e i nomi dei ragazzi che incontro ogni giorno.

Quando ho iniziato, pensavo al Servizio Civile come a un rigo da aggiungere al CV per non restare ferma. Oggi vedo questi ragazzi, con cui condivido tutti i pomeriggi della settimana, affrontare ogni giorno il caos delle scuole medie: le emozioni forti, le paure, le verifiche che sembrano montagne insormontabili. Mi rende felice vedere il sorriso che spunta sul volto di un ragazzino quando capisce che quell'interrogazione che tanto temeva è andata bene. In quel momento, la sua felicità diventa la mia. Non è un traguardo individuale, è un bene comune. Essere parte di una realtà scolastica significa sentirsi parte di un ingranaggio. È lì che ho capito la differenza: il mio tempo non è più "speso" per accumulare qualcosa, è "donato" per costruire qualcuno.

Questo anno mi sta insegnando che essere dei "Felici Pochi" non è un privilegio di nascita, ma una scelta quotidiana. Ho scelto di cercare la bellezza tra i banchi di scuola, nelle parole dei miei colleghi e negli sguardi dei ragazzi.

Ho deciso di immergermi in questo mondo del volontariato nella scuola e vi assicuro che, se ci si rimette a cercare insieme, come stiamo facendo noi quest'anno, l'allegro finale del "Felici Tutti" non sembra poi così lontano.

 

Tornare con qualcosa in più

Michele Melis

Da come si può sentire dal mio accento, io non sono di Torino.

Io vengo da un piccolo paese dell’entroterra sardo, Serrenti, e per molto tempo ho avuto la sensazione di vivere dentro un contesto abbastanza ristretto. Non nel senso che mancassero valore o umanità, perché la Sardegna resta casa mia e io ci sono molto legato, ma sentivo che facevo fatica a esprimere alcune parti di me, come la mia creatività, la mia voglia di sperimentare e di immaginarmi in modi diversi.

Prima di trasferirmi a Torino tendevo a vivere in modo più chiuso. Stavo spesso a casa a sognare cosa avrei potuto fare un giorno, senza però provare a farlo. Facevo meno cose, conoscevo meno persone, ma avevo anche meno occasioni di mettermi in gioco.

Trasferirmi per studiare è stato un cambiamento forte, son stato triste all’inizio perché sono molto legato alla mia terra, ma mi ha costretto a uscire dalla mia bolla. E penso che a volte sia proprio questo il punto: per capire chi siamo davvero, alcune volte abbiamo bisogno di scoppiare quella bolla in cui siamo dentro e cambiarla.

A Torino ho iniziato a sperimentare molto di più. Mi sono buttato nel volontariato, nelle attività culturali e poi nel SCU nelle biblioteche dell’Università di Torino. Lì ho scoperto un ambiente che ha dato lo spazio per provare cose nuove. Ho iniziato a lavorare nella comunicazione, a imparare come si montano e si editano i video, a partecipare a progetti culturali e campagne di comunicazione.

Per esempio, abbiamo realizzato una campagna pubblicitaria per le biblioteche universitarie e vedere anche il mio volto in quei manifesti mi ha colpito molto. Non tanto perché ‘c’era la mia faccia’, ma perché in quella foto c’è un ragazzo partito da un piccolo paese in Sardegna e in questo volantino sta rappresentando l’Università di Torino. Per me ha un significato simbolico molto forte.

La cosa più importante però è che quello che ho imparato fuori sto cercando anche di riportarlo in Sardegna. Io torno molto spesso perché mi manca casa e perché sento ancora un legame molto forte con il mio territorio. Recentemente durante un evento in Sardegna mi è stato chiesto di realizzare video e interviste. Ho avuto la possibilità di parlare con persone del mio paese, raccontare artigiani, tradizioni e realtà locali attraverso strumenti che ho imparato a usare grazie alle esperienze fatte a Torino e nel SCU.

Ed è lì che ho capito davvero quanto certe esperienze possano trasformarti. Perché non si tratta solo di “partire”, ma anche di poter tornare con qualcosa in più: nuove competenze, nuove idee, più fiducia in se stessi e più voglia di creare.

Per questo io consiglio molto il SCU ai ragazzi e alle ragazze. Perché secondo me non è solo volontariato. È anche un’occasione per capire meglio chi si è, per sperimentarsi, per conoscere persone e mondi diversi dal proprio. E questo vale ancora di più per chi sente il bisogno di uscire dal proprio ambiente, anche solo per un periodo. Esistono tantissimi progetti anche fuori dall’Italia e credo che vivere un contesto nuovo possa aiutare molto a vedere se stessi in modo diverso.

Nel testo di Elsa Morante si parla dei “Felici Pochi” e degli “Infelici Molti”. Io non penso che significhi che esistano persone speciali e altre meno speciali. Credo che la differenza stia nel modo in cui si decide di stare al mondo. Gli “Infelici Molti”, nel libro, sono quelli che si adattano a tutto senza più cercare niente, che vivono seguendo percorsi già scritti, senza domandarsi se potrebbero esistere strade diverse. I “Felici Pochi”, invece, sono quelli che continuano a cercare, anche quando è difficile, anche quando bisogna allontanarsi da casa.

E io penso che il SCU ti metta proprio in quella condizione: ti obbliga a conoscere lati di te che magari non avevi mai visto. Ti porta a fare esperienze che possono cambiarti davvero. Nel mio caso mi ha aiutato a essere più aperto, più creativo e anche più consapevole del fatto che ciò che impariamo non deve restare solo nostro, ma può diventare qualcosa da riportare anche agli altri e ai luoghi da cui veniamo.

Forse è questo che intende Morante quando parla di felicità: non una felicità perfetta o continua, ma il fatto di sentirsi vivi, curiosi, in movimento, capaci ancora di cercare. E penso che esperienze come il SCU possano essere un primo passo per essere uno di quei ‘Felici Pochi’.

 

Un percorso che orienta

Pietro Salamone

Buongiorno, io sono Pietro e sono un docente oltre ad essere un cuoco.

Lo scorso anno ho deciso di svolgere un anno di servizio civile con Vides, che continua tutt’ora. La mia scelta era dettata dalla curiosità per il quale il servizio civile è così tanto importante per il nostro paese a tal punto da diventare una riserva per i concorsi pubblici, devo essere sincero, avevo sottovalutato tutto, credevo fosse un anno di passaggio che sarebbe servito al massimo ai più giovani, che non sapevano cosa fare nella loro vita post diploma e che per un ragazzo come me che già è ben inserito nel mondo del lavoro e sa cosa vuole fare in futuro sarebbe stato un passatempo.

Dopo pochi mesi di servizio civile mi sono ricreduto, ho rivalutato tutto quello che accadeva intorno a me e ho capito che questo percorso non è solo utile ai giovani che si vogliono inserire nel mondo del lavoro per la prima volta, ma potrebbe essere utile a tutti perché si vive in un ambiente sano fatto di formazioni volte a far crescere le nostre competenze e ad orientarci nelle scelte di vita.

La sede dove do il mio contributo come operatore volontario è l’istituto Maria ausiliatrice di Torino, quello è il posto che più mi mancherà alla fine di questo anno. Lì ci sono i ragazzi e le ragazze della scuola media con cui interagisco di più durante il dopo scuola, nonostante alcune volte sono oppositivi o semplicemente non hanno voglia di fare per una serie di motivi che capirai solo se riesci ad ottenere la loro fiducia, sono adorabili e talvolta buffi.

Ti fanno arrabbiare, ma sono in grado di darti tantissime soddisfazioni sia a livello didattico che educativo, tutto questo è grazie all’ambiente sano e accogliente che li circonda fatto di professori, educatori, collaboratori e operatori volontari tutti coesi per un solo interesse i ragazzi e le ragazze.

Adesso siamo agli ultimi giorni di scuola e il mio contributo nell’aiutare i ragazzi con i compiti da svolgere è ancora più importante per la chiusura dell’anno scolastico, questo ti fa sentire importante e parte di un risultato raggiunto anche grazie al tuo piccolo contributo, che verrà ricambiato con l’affetto che sono in grado di darti questi giovanotti. Voglio chiudere con un ringraziamento a chi mi ha dato l’opportunità di fare questo percorso che mi ha segnato in positivo e che consiglierò sempre a tutti.

Meeting di Rimini 2025

Introduzione - “La Biblioteca Parlante – Storie di giovani che cambiano il mondo, una missione alla volta”

La coordinatrice - Laura Milani

Il volontario e la volontaria che portano la loro testimonianza all’interno de “La Biblioteca Parlante – Storie di giovani che cambiano il mondo, una missione alla volta” hanno prestato servizio civile all’estero nel progetto Caschi Bianchi, che ha delle caratteristiche precise che accomunano tutti i progetti afferenti alla rete Caschi Bianchi, a cui aderiscono la Comunità Papa Giovanni XXIII, FOCSIV, Caritas Italiana e GAVCI. Il progetto, infatti, nasce dalle azioni di disobbedienza civile degli obiettori che negli anni 90’ si sono recati nei Balcani all’interno di missioni umanitarie, in contrasto con la legge 772/1972 che non permetteva agli obiettori l’espatrio. L’esperienza dei Caschi Bianchi, quindi, facendo memoria di queste azioni di disobbedienza, è ancora oggi caratterizzata dall’intervento nelle periferie del mondo, in contesti di conflitto e di violenza nelle sue varie forme, soprattutto quelle meno visibili e che riguardano parte di una cultura o strutture economiche e sociali che generano disuguaglianza ed emarginazione. Essere Caschi Bianchi oggi significa, allora, abitare questi “luoghi deserti costruendo con mattoni nuovi”, con azioni molto quotidiane, per portare in modo nonviolento un cambiamento in se stessi e in realtà complesse.

La dimensione caratterizzante dell’intervento è quella della prossimità. Prossimità alle persone fragili, agli invisibili, agli esclusi, ma anche prossimità ai problemi, a tematiche di interesse collettivo. In altre parole, è prima di tutto un’esperienza di relazione e di incontro, fondato sull’ascolto attivo, sul decentramento dei punti di vista, sul superamento di pregiudizi. Ed è proprio quando ci si sente prossimi a qualcuno che a un certo punto si sente l’urgenza di fare qualcosa per portare un cambiamento e sostenerlo nel suo percorso, che si incomincia ad avere cura, a sentire che quello che vive riguarda anche noi, come essere umani e cittadini. Una consapevolezza, una nuova visione del mondo che poi accompagna i giovani anche dopo la conclusione del loro anno di servizio civile. Questa è la nonviolenza e la cittadinanza attiva, e questo “esserci”, “stare a fianco” è il cuore dell’esperienza dei Caschi Bianchi, prima ancora del “fare”.

 

Simone, Bolivia 2023

Il mio Servizio Civile si è svolto a La Paz, capitale della Bolivia, una città impossibile e bellissima in alta quota (3700m-4100m). Vivere in altura è stato, per me, fin da subito una meraviglia. Il corpo è messo alla prova maggiormente a certe altezze ed, oltre alla peculiarità geografica, i ritmi frenetici e caotici della vita quotidiana in questa città hanno reso l’ambientazione non facilissima ma sicuramente entusiasmante. Le mie giornate iniziavano quasi sempre con lunghi viaggi in minibus (il mezzo di trasporto più utilizzato

in Bolivia, una sorta di piccolo bus da prendere quasi al volo) per raggiungere i progetti in cui svolgevo il mio volontariato: tre giorni a settimana li passavo a “Sant’Aquilina”, una comunità terapeutica per uomini che cercavano di uscire dalla dipendenza da sostanze, principalmente alcool, tra lavori manuali, terapie di gruppo, sport e condivisione; un giorno andavo nella parte più alta della città dove è situato un “Comedor”, una mensa e aiuto compiti per bambini dai 5 a i 16 anni che venivano da situazioni familiari ed economiche difficili; il giovedì invece, insieme ai miei altri tre compagni di Servizio Civile, partendo dalla comunità terapeutica, giravamo in vari spot della città per incontrare donne e uomini senza fissa dimora o che semplicemente passavano gran parte delle loro giornate in strada bevendo e stando in compagnia per condividere con loro un po’ di thè caldo, qualche panino preparato da noi tra chiacchere, storie di vita, pianti e risate (un’altalena di emozioni che sin dalla prima volta mi ha toccato particolarmente). Fra di loro si chiamavano los guerreros (i guerrieri) perché quella era la guerra che stavano combattendo, contro l'alcool e contro la strada. Ricordo di una donna che per tante settimane vedemmo con i compagni durante questo “Servicio calle” e che piano piano, volta dopo volta, raccontava un po’ di più della propria vita, tragica e piena di lutti. Aveva un tatuaggio sul dorso della mano con un nome che mi incuriosiva parecchio e che solo dopo mesi scoprii essere quello del figlio più piccolo, morto l’anno precedente. Una storia devastante che mi lasciò di sasso quando, dopo alcune settimane in cui non la incontravamo più con i suoi compagni nella zona in cui era solita passare le sue giornate, ci raccontarono che era morta, probabilmente per l’abuso di alcool. Non ho mai pensato che la mia presenza di per sé e quello che stavamo svolgendo come Caschi Bianchi potesse fare una grande differenza in questi luoghi pieni di dolore però l’esserci soltanto, senza pretese, senza manie, senza giudizio, aveva un senso, lo ha avuto sicuramente per me. Che il dolore, la sofferenza, propria e degli altri (ammesso che siano sempre due cose così tanto separate) bisogna semplicemente attraversarle, non contrapporcisi, accettarle e non giudicarle. Sospendere il giudizio, come ci è stato suggerito sin dal primo giorno di formazione prima di partire, non è una cosa facile e richiede un lavoro costante che non finisce mai ma che è forse il tassello fondamentale perché in ogni situazione, soprattutto le più complicate e le più tragiche, uno possa entrarci e starci senza appesantirle e magari, con il tempo, alleggerendole e alleggerendosi.

 

Marta, Albania 2022

L’esperienza di servizio civile in Albania, per me, è stata come un sentiero in montagna che riserva sempre delle sorprese, della fatica, ma che mi ha permesso poi di osservare dall’alto, un bellissimo panorama.

L’ Albania è, infatti, terra ospitale, segnata da un passato significativo, l’Albania sono i paesaggi che ti regala, sono le famiglie della periferia di Scutari incontrate, persone che non hanno nulla ma che ti donano tutto, persone che ti ringraziano semplicemente perché sei seduta di fianco a loro a parlare.

L’ Albania sono stati i volti dei bambini aiutati attraverso l’attività del doposcuola, i loro sorrisi e i loro occhi stupiti, la loro curiosità e tenerezza.

L’ Albania è stata la Casafamiglia in cui ho vissuto per il tempo del servizio civile e tutte le persone che vi sono passate, da quelle con cui ho preso un caffè, a quelle con cui ho vissuto per 3 mesi, a quelle con cui ho condiviso i miei 10 mesi. Albania è stata anche la stessa condivisione della quotidianità in Casafamiglia, con altre 10 persone, dai turni delle pulizie ai caffè presi dopo pranzo, alle passeggiate, alle visite, alle chiacchierate e agli incontri.

L’Albania sono le sue contraddizioni. Il suo slanciarsi verso l’Europa, che si respira nei centri delle città, e il tempo che, invece, pare essersi fermato nelle periferie: con le strade sterrate, i fili della luce aggrovigliati, le case che sono in realtà delle capanne, l’assenza di mezzi pubblici.

Questa esperienza è stata un cammino su un sentiero che aveva una partenza precisa e una destinazione ignota. Ma devo dire che, soprattutto a distanza di tempo, ne è valsa la pena, anche grazie ai compagni e alle compagne di viaggio che ho incontrato. Loro sono stati/e la parte più ricca del mio cammino: lo hanno reso pieno di umanità, condivisione, ascolto e relazione; mi hanno permesso di riscoprire l’importanza e la bellezza di andare tutti e tutte con lo stesso passo. Perché una delle tante cose che l’Albania mi ha insegnato è stata l’importanza di rallentare il mio passo, di non correre, di fermarmi, di non fare, ma STARE. L’Albania mi ha insegnato a esserci per l’Altro, a trovare tempo e spazio.

Credo che la chiave del servizio civile, della mia esperienza in particolare, sia stata la semplicità delle relazioni, dello scoprirsi poi tanto vicini e simili anche se con provenienze e storie di vita diverse. Credo che tutti gli incontri che ho fatto mi abbiano lasciato qualcosa, ogni persona che ho conosciuto mi ha lasciato un pezzetto di sé.

Ogni giorno di cammino è stato una grande lezione di vita e una possibilità per fare del bene, perché l’Albania mi ha insegnato che il bene e il bello ci sono, a volte sono solo un po’ nascosti e allora occorre cercare meglio, allargare il proprio sguardo e andare oltre.

E io ci ho provato. Infatti, l’impatto del servizio civile nella mia vita è stato significativo.

Sono partita dopo una laurea triennale in Scienze Politiche, con la voglia di smuovermi, di mettermi in gioco, di sporcarmi le mani e di incontrare davvero l’Altro. E, di fatto, sono ritornata con la voglia di riprendere gli studi, di continuare a formarmi, ma con la consapevolezza che forse la mia strada fosse un’altra; per cui sì ho ripreso gli studi, ma iscrivendomi al corso di laurea magistrale in Scienze dell’Educazione. Il servizio civile, l’Albania, quindi, mi hanno aiutato a capire quale fosse davvero la mia strada e a non avere paura di percorrerla.

Foto SCU Albania
Albania: le foto dalla Casa famiglia

Foto SCU Albania
Albania: le foto dalla Casa famiglia

Salone Internazionale del Libro 2025

Introduzione a cura di Annalisa Tribisonna

In coda per entrare al Salone del libro di Torino, una frase di Victor Hugo stampata su un manifesto colpisce la mia attenzione “Non c’è niente come un sogno per creare il futuro”.

C’è un filo invisibile che lega questa frase al Servizio Civile: è il filo dell’impegno, della speranza concreta, della scelta di mettersi in gioco per costruire, giorno dopo giorno, un futuro migliore. In un tempo segnato da incertezze sociali, economiche e ambientali, il Servizio Civile rappresenta non solo un’opportunità per i giovani, ma anche una risposta collettiva al bisogno di comunità più solidali e inclusive.

Per molti giovani, il Servizio Civile è il primo vero incontro con il mondo del lavoro e con la responsabilità sociale. È un anno di formazione sul campo, in cui si imparano competenze pratiche, ma soprattutto si sviluppa uno sguardo nuovo sulla realtà. Lavorare a contatto con chi vive situazioni di difficoltà, con territori spesso dimenticati o con emergenze ambientali, significa imparare il valore dell’ascolto, della pazienza e della collaborazione.

Ma il Servizio Civile non è solo ciò che gli operatori volontari e le operatrici volontarie danno: è anche ciò che ricevono. Crescita personale, consapevolezza, capacità di lavorare in gruppo e di affrontare i problemi con spirito critico. In un’epoca in cui il futuro appare spesso precario, questa esperienza offre strumenti concreti per orientarsi, rafforzando il senso di appartenenza a una comunità e la fiducia nelle proprie possibilità.

Come suggeriva Victor Hugo, i sogni sono il primo passo per creare il futuro.

Quando si scrivono i progetti di servizio civile si utilizzano le parole per provare a spiegare e far diventare reale e concreto quello che è semplicemente un sogno. Il Servizio Civile trasforma questi sogni in azioni concrete, offrendo ai giovani la possibilità di essere protagonisti del proprio tempo. Perché investire nei giovani che scelgono di servire la comunità significa, in fondo, investire nel futuro di tutti.

Luca Caci – PartecipAzione

Ho iniziato il Servizio Civile Universale con un’idea semplice: dare il mio contributo. Non immaginavo che, poco a poco, quel contributo avrebbe dato forma anche a me. Ogni giornata trascorsa nella sede del progetto è diventata un tassello di un percorso più grande, un viaggio dentro la comunità, nel quale scoprivo che partecipare non significa solo esserci, ma sentirsi parte di qualcosa che cresce grazie a te.

Tra le esperienze più significative c’è la creazione della nostra parete partecipativa. Con 425 post-it colorati, gli studenti del Liceo Mazzarello hanno scritto una sola parola: quella che per ciascuno di loro rappresentava il senso di appartenere alla comunità scolastica. Ogni foglietto non era solo un pensiero, ma un atto di identità collettiva. Leggendo quelle parole ho compreso quanto il senso di comunità sia qualcosa che si costruisce insieme, giorno dopo giorno, con piccoli gesti di ascolto e condivisione.

In quei mesi non ho solo svolto un servizio: ho osservato giovani che riscoprivano il significato dello stare insieme, ho visto nascere idee e relazioni, ho percepito la forza di un progetto che non vive di strumenti o regolamenti, ma di persone che credono nel potere della partecipazione.

Allo stesso tempo, ho incontrato altri volontari provenienti da realtà diverse. Ognuno con la propria storia, ognuno con un motivo differente per cui aveva scelto di iniziare questo percorso. In ognuno di loro ho riconosciuto lo stesso entusiasmo, la consapevolezza che ciò che stavamo facendo non era solo utile, ma necessario. Quelle voci mi hanno fatto capire che il Servizio Civile non si esaurisce nella singola sede: è un movimento collettivo che unisce migliaia di giovani in un unico grande obiettivo condiviso.

Da queste esperienze è nata in me una convinzione profonda: partecipare significa agire, trasformare, lasciare un segno. Significa essere protagonisti, non spettatori, del cambiamento.

Quello che porterò sempre con me non è un singolo ricordo, ma l’immagine di uno spazio vivo, fatto di parole, idee e gesti che si intrecciano e diventano testimonianza. Un luogo in cui ogni esperienza individuale diventa parte di una storia comune, un patrimonio da trasmettere.

Il Servizio Civile mi ha insegnato che il cambiamento non nasce dai grandi eventi, ma dalla somma di tante piccole azioni che, insieme, costruiscono futuro. E oggi so che quel futuro passa attraverso la PartecipAzione: la scelta di esserci, di contribuire, di dare voce a ciò che conta.

 

Giulia Barra -  Quando il Servizio diventa Incontro

Quando ho iniziato il mio anno di servizio civile nella scuola dell’infanzia, sono stata la prima a essere sorpresa. Non è un ambito per cui sto studiando e, sinceramente, non avrei mai pensato di ritrovarmici. In realtà, sono stata inizialmente scartata per un’altra scuola, e solo dopo sono stata inserita nell’istituto comprensivo nel quale ho effettuato il mio anno di Servizio Civile Universale. Col senno di poi, penso sia stato un segno che il destino fa sempre il suo corso e che a volte ci porta su strade che non avremmo mai considerato, ma che finiscono per sorprenderci.

Fin dai primi giorni ho capito che quell’esperienza sarebbe stata diversa da come l’immaginavo. Mi sono trovata benissimo: con i colleghi, con l’ambiente, con tutte le persone che ho incontrato e che, senza accorgermene, si sono fatte spazio dentro di me.

Quello che ho vissuto quest’anno mi ha lasciato un segno profondo. A volte, proprio ciò che non pensavamo sarebbe diventato significativo finisce per esserlo più di quanto immaginiamo.

Uno dei ricordi più belli è legato a una bambina molto riservata, una di quelle che non dava confidenza a nessuno. Per mesi è rimasta sulle sue, e io non ho mai voluto forzarla: mi limitavo a esserci, a rispettare i suoi tempi, a mostrarle che poteva fidarsi se e quando se la sentiva. A fine anno, dopo la conclusione del servizio, sono tornata a scuola per salutare tutti. Non mi aspettavo nulla, era solo una visita affettuosa. E invece, appena sono entrata, la prima a correre verso di me è stata proprio lei. Mi ha abbracciata forte, senza dire una parola, ma in quell’abbraccio c’era tutto: la fiducia costruita piano piano, il suo modo di dirmi che l’avevo accompagnata in un pezzo del suo mondo. È stato un momento semplice ma potentissimo.

Quest’esperienza mi ha anche fatto capire quanto sia importante il servizio civile non solo per chi lo svolge, ma per la società in generale. Ti mette in una posizione in cui puoi davvero dare una mano, ognuno secondo le proprie possibilità, senza dover essere “perfetta” o esperta. Aiuta a sentirsi parte di qualcosa di più grande, a rendersi conto che la comunità funziona davvero quando ciascuno offre un po’ del proprio tempo, delle proprie energie, della propria presenza. È un modo concreto per costruire relazioni, supportare realtà che ne hanno bisogno e, allo stesso tempo, crescere come persone.

E forse è questa la lezione più grande che mi porto a casa: anche se ciò che ho fatto non riguarderà specificatamente il mio futuro professionale, quest’anno mi ha mostrato che ci sono tanti modi per sentirsi utili e connessi con gli altri. E, a volte, il destino ci porta esattamente dove dovevamo essere, anche se inizialmente non ce ne rendiamo conto.

 

Matteo Piacenza – Gioco di squadra

Durante il mio anno di Servizio Civile Universale presso il Liceo Madre Maria Mazzarello di Torino – la stessa scuola che avevo frequentato fino alla quinta – ho vissuto un’esperienza che mi ha arricchito profondamente, sia dal punto di vista professionale sia da quello umano. All’inizio non sapevo bene cosa aspettarmi: non conoscevo con precisione i miei compiti e non ero certo di come sarei riuscito a rapportarmi con i ragazzi, alcuni dei quali avevano solo pochi anni meno di me. Fin dai primi giorni, però, ho capito che il mio ruolo avrebbe superato di gran lunga il semplice supporto alle attività scolastiche.

Mi sono impegnato per costruire un rapporto autentico e di fiducia con tutti gli studenti, senza distinzioni di età o di classe. Ho cercato di essere per loro una presenza positiva: un punto di riferimento, ma anche un amico capace di ascoltare e di condividere momenti semplici della quotidianità scolastica.

Provenendo dal mondo dello sport, ho portato con me quei valori che ritengo fondamentali non solo in campo ma anche nella vita: rispetto, collaborazione, costanza e spirito di squadra. È proprio da questa passione che è nata un’idea condivisa con i ragazzi: partecipare a un torneo calcistico cittadino, la storica “Mole Cup”, molto conosciuta a Torino. Dopo aver raccolto le adesioni, mi sono occupato dell’organizzazione completa — contatti, iscrizioni, documenti, regolamenti — e finalmente siamo riusciti a scendere in campo. La prima partita, però, non è andata come speravamo: l’entusiasmo iniziale ha lasciato posto a un po’ di delusione, ma nessuno di noi aveva intenzione di fermarsi lì.

Abbiamo deciso di riprovarci, iscrivendoci a un secondo torneo: il TFC (Torino Football Club). Questa volta l’impegno, la determinazione e l’unione del gruppo ci hanno portati fino alla finale. Non abbiamo alzato la coppa, è vero, ma la vittoria più grande è stata un’altra: vedere i corridoi popolati da studenti che parlavano della squadra, si sostenevano, tifavano insieme, ritrovandosi uniti da un nuovo entusiasmo comune.

Il torneo è diventato un punto di incontro, un’occasione per creare legami tra studenti che prima si conoscevano appena. Oggi molti di loro si frequentano anche fuori da scuola, uniti dalla passione per lo sport e da un’esperienza che li ha fatti crescere insieme.

Per me, questo rappresenta pienamente lo spirito del Servizio Civile Universale: fare del bene, costruire ponti, essere un tramite tra il mondo dei grandi e quello dei più giovani. È stato un anno che mi ha insegnato quanto, con impegno e cuore, si possa davvero lasciare un segno.

 

Foto racconto "Gioco di Squadra"
Gioco di squadra - contributo fotografico di Matteo Piacenza

 

 

 Eleonora de Nanzio – Dove nascono i legami

Durante il mio anno di Servizio Civile ho scoperto che questa esperienza non apre solo le porte a nuove opportunità, ma soprattutto a nuove vedute. Le persone che si incontrano – colleghi, operatori, bambini e ragazzi – sono tutte diverse, ognuna con la propria storia e il proprio modo di stare al mondo. E proprio questa varietà diventa una parte fondamentale del percorso.

Ho svolto il mio servizio in un ambiente scolastico, un contesto che sa essere accogliente e complesso allo stesso tempo. Osservandolo dall’interno, ho imparato a riconoscerne i pregi e i difetti, ma soprattutto ho imparato che chi abbiamo deciso di aiutare non è mai solo un “utente”: è una persona, con un passato, dei bisogni e delle fragilità da rispettare.

Non sempre è stato semplice relazionarsi con i superiori o con i colleghi di sede. Le incomprensioni, i litigi, i momenti di fatica capitano, e fanno parte della vita professionale e personale. Ciò che mi ha aiutata a restare stabile è stato ricordare i motivi per cui avevo scelto di intraprendere questo percorso: il mio desiderio di crescere, di migliorare e di portare un po’ di gentilezza dove potevo.

Ricordo con affetto gli alunni che accompagnavo ogni giorno, la pazienza con cui cercavo di fare da interprete per alcuni di loro, le confidenze che mi venivano affidate: i racconti delle loro vite, delle loro paure, dei loro bisogni. Ricordo la fiducia con cui si rivolgevano a me, i loro sorrisi sinceri.
E poi gli abbracci, i momenti di gioco, le piccole lezioni di inglese curate con attenzione, i fiori, i disegni, i regali che custodirò per sempre.

Porto con me anche i giorni di formazione fuori sede, le nuove conoscenze, le risate condivise e, perché no, anche i pianti. Non sono mancati conflitti e difficoltà, né la fatica di alcune persone nell’aprirsi a nuovi modi di pensare. Ma nelle sfide ho incontrato anche persone meravigliose: colleghi di Servizio Civile provenienti da varie parti del Piemonte, con cui ho condiviso spazi, storie e momenti preziosi.

Soprattutto, porto nel cuore i bambini e i ragazzi con cui ho potuto interagire, che ho potuto aiutare e ai quali mi sono profondamente affezionata. Con loro ho imparato che il Servizio Civile non è solo un’esperienza formativa: è un percorso che attualizza il bisogno di cura reciproca e rafforza il senso di comunità.
Per questo lo consiglierei a chiunque: almeno una volta nella vita, vale la pena vivere un anno così.

 

Cristiana Paone – Un anno di scoperte

Durante il mio anno di Servizio Civile Universale in una scuola elementare ho vissuto un’esperienza intensa, ricca di scoperte e profondamente formativa, sia sul piano umano che su quello professionale. Il contatto quotidiano con i bambini mi ha dato la possibilità di riscoprire la gioia e la spontaneità dello “stare al mondo” con meraviglia: lasciarmi coinvolgere dal loro entusiasmo, dalle loro domande e dalla loro capacità di vedere il bello anche nelle piccole cose è stato, per me, un ritorno all’infanzia.

Accanto a questa leggerezza, però, ho imparato anche il valore della responsabilità. Ogni giorno cercavo di essere per loro una figura adulta capace di ascolto, sicurezza e presenza, qualcuno che potesse accompagnarli nelle loro emozioni e trasmettere valori positivi. È stato un equilibrio continuo tra il lasciarmi contagiare dalla loro energia e il ricordare l’importanza del mio ruolo educativo.

Il Servizio Civile mi ha offerto anche l’opportunità di partecipare a diverse iniziative di promozione, come le finali di basket. Eventi come questi mi hanno permesso di conoscere altri operatori volontari, confrontarmi con le loro esperienze e condividere idee, opinioni e vissuti. Parlare con giovani provenienti da progetti diversi mi ha fatto capire quanto la rete, lo scambio e la collaborazione siano fondamentali non solo per la crescita personale, ma anche per quella collettiva.

Questo anno è stato anche un tempo prezioso per imparare a conoscere meglio me stessa. Non solo attraverso ciò che mi piace e che mi fa sentire realizzata, ma anche grazie alla consapevolezza di ciò che non mi appartiene. Ci sono stati momenti di confronto e piccoli contrasti, inevitabili nella quotidianità e forse ancora più evidenti in un ambiente di lavoro. Ho capito che non si può andare sempre d’accordo con tutti, e che – per fortuna – non siamo tutti uguali. La diversità, nelle sue sfumature positive e in quelle più complesse, è proprio ciò che ci spinge a riflettere, a crescere e a definire meglio i nostri obiettivi futuri.

Infine, questo percorso mi ha permesso di creare legami importanti con persone con cui ho condiviso non solo il lavoro, ma anche momenti di svago, sorrisi e piccole gioie quotidiane. Il Servizio Civile è stato per me un anno di crescita, di scoperta e di consapevolezza: una tappa significativa che porterò con me, come una pagina preziosa del mio cammino.

 

Maria Chiara del Giudice – Buongiorno, Maestra!

Quando ho scelto di intraprendere il Servizio Civile, non immaginavo quanto avrebbe inciso sulla mia crescita personale e professionale. All’inizio lo consideravo quasi una soluzione temporanea, un modo per mettermi in gioco nell’attesa di trovare un impiego stabile. Ricordo perfettamente la prima domanda che feci: “Se dovessi ricevere un’offerta di lavoro, posso interrompere il servizio?”. Con il tempo, però, mi sono resa conto che è stato un bene che nessuna proposta sia arrivata in quei dodici mesi: altrimenti avrei rischiato di perdere una delle esperienze più formative della mia vita.

Durante quest’anno ho capito quanto il Servizio Civile non sia solo un’opportunità, ma un percorso che ti mette alla prova e allo stesso tempo ti permette di scoprire i tuoi limiti, le tue risorse e, soprattutto, il valore di essere al servizio della comunità. Un valore che, per me, non ha davvero prezzo.

Svolgere il servizio presso la scuola dell’infanzia “Principessa Clotilde” di Torino è stato come trovare una conferma ogni giorno della strada professionale che desidero intraprendere: accompagnare i più piccoli nella loro crescita, sostenendo i loro primi passi verso il mondo e augurandomi che diventino adulti curiosi, empatici e consapevoli.

Se dovessi scegliere un solo episodio tra i molti che porto con me, mi tornerebbe in mente quel momento in cui, quasi all’improvviso, qualcosa cambiò nel modo in cui i bambini mi accoglievano. Fino ad allora il loro saluto arrivava soprattutto grazie al sollecito della maestra. Poi, un mattino, entrando in aula e augurando il buongiorno, ho sentito un coro spontaneo rispondermi: “Buongiorno, maestra!”. È stato un attimo semplice, ma carico di significato: in quel saluto sincero ho percepito per la prima volta di essere davvero riconosciuta come un punto di riferimento.

Da quel giorno tutto è diventato più naturale. I bambini entravano sorridendo, mi correvano incontro, mi abbracciavano. Quando erano tristi o incerti, cercavano il mio sguardo, come se in me potessero trovare un appoggio sicuro. Ed è proprio grazie a questa fiducia crescente che ho iniziato a scoprire davvero chi fossero: le loro personalità uniche, i loro entusiasmi, le loro fragilità, i loro piccoli e grandi sogni.

Durante il gioco del mattino, tutti volevano che mi sedessi al loro tavolo. Tra costruzioni, disegni e chiacchiere spensierate, emergevano desideri e fantasie: “Da grande voglio fare l’inventore”, “Io volerò nello spazio”, “Io sarò una dottoressa dei dinosauri”. Anche quando quelle idee sembravano improbabili, nei loro occhi brillava una luce autentica, quella scintilla che solo l’infanzia sa accendere.

Condividerli quei momenti, ascoltarli e giocare insieme mi ha fatto capire quanto sia preziosa la fiducia dei bambini e quanto sia importante offrire loro uno spazio in cui sentirsi liberi di esprimersi. È un privilegio che porterò con me per sempre: osservare la bellezza dei loro sogni e poterli accompagnare, anche solo per un tratto di strada, vale più di quanto avrei immaginato.

Oggi, ripensando al motivo per cui ho iniziato questo percorso, sorrido. Cercavo una “pausa” in attesa del lavoro: ho trovato invece un anno capace di formarmi, ispirarmi e confermare ciò che davvero voglio costruire nel mio futuro. Il Servizio Civile mi ha dato molto più di ciò che speravo: mi ha dato un senso di appartenenza e la consapevolezza che, anche nel mio piccolo, ho potuto fare la differenza nella vita di qualcuno.